Un cancro all’apparato digerente si è portato via ieri a 50 anni Laurent Fignon, uno dei simboli del ciclismo degli Anni ‘80, con il connazionale Bernard Hinault, gli italiani Moser e Saronni, l’americano LeMond e l’irlandese Roche. Fignon, il “Professore”, il corridore che montava in sella con gli occhialini da intellettuale e che leggeva libri impegnati nelle lunghe serate dei ritiri, aveva lunghi capelli biondi e una precoce calvizie che gli dava ancora di più l’aria da insegnante. Colto e intelligente, veniva da Parigi, da Montmartre precisamente, ed era una novità nel ciclismo abituato a corridori sanguigni.
Piaceva perché correva sempre all’attacco e con la sua tattica riuscì a conquistare due Tour de France, nel 1983 e nel 1984, il Giro d’Italia del 1989, due Milano-Sanremo e una Freccia Vallona. Un lungo stop dovuto a guai a un tendine e a voci di doping lo bloccò nel 1985. Nella sua carriera ci sono anche tre clamorose sconfitte: perse il Giro del 1984 nella cronometro finale di Verona quando Francesco Moser gli rimontò oltre due minuti; non la prese bene: accusò gli organizzatori di averlo disturbato con l’elicottero della RAI e di avere favorito l’italiano eliminando per la neve il tappone dello Stelvio. Il 1989 fu invece il suo anno nero: perse il Tour nella cronometro finale facendosi sorpassare dall’americano Greg LeMond, vincitore sugli Champs Elisées per soli 8 secondi, il minor distacco nella storia della corsa francese; e ai Mondiali di Chambéry sempre LeMond andò a riprenderlo mentre era in fuga solitaria a pochi chilometri dall’arrivo e gli scippò la maglia iridata. Non si riprese più. Dopo il ritiro diventò un apprezzato commentatore televisivo delle gare ciclistiche.
Gli Anni '80 furono anni molto "americani": l'«edonismo reaganiano» con cui Roberto D'Agostino li bollò è un'azzeccata definizione. Una delle "religioni" a stelle e strisce è il football americano e, puntualmente, lanciate sugli schermi Fininvest a tarda ora, ben oltre la seconda serata, con il commento di Guido Bagatta, arrivarono anche in Italia le partite della NFL. Il Superbowl, l'atto conclusivo che si tiene un lunedì di gennaio, veniva trattato con la pubblicità e l'interesse che si dedica alla Notte degli Oscar.
Esplose dunque la mania per questo sport di cui gli italiani non capivano niente, e di cui ancora oggi, nonostante tutto, ancora non capiscono le regole. Però l'America era lì nei nostri salotti e a scuola si faceva uso di quel linguaggio da iniziati, si parlava di kick off e di touch down, di yards e quarterback, tanto però tutti sapevano che quello che davvero si osservava bene erano le cheerleaders... Si buttavano lì nomi: Joe Montana, i Dallas Cowboys, i Pittsburgh Steelers. I loghi delle squadre della NFL cominciarono ad apparire sulle copertine dei quaderni, sugli adesivi, sui gadget.
Nel 1981 c'era stato anche il primo campionato italiano, giocato da sole cinque squadre: Aquile Ferrara, Frogs Gallarate, Rams Milano, Rhinos Milano e Giaguari Torino. In breve il movimento si allargò e nacquero altri team: i fortissimi Lions Bergamo, i Panthers Parma, i Giants Bolzano, i Pharaones Garbagnate, i Warriors Bologna, i Gladiators Roma... A Rimini nel 1987 per il Superbowl tra Seamen Milano e Frogs Legnano, vinto da questi ultimi per 27 a 24, gli spettatori sulle tribune erano 25.000, più di quelli che assistevano allora a una partita di calcio di serie B.
Poi basta. Il campionato di football americano si gioca ancora ma è divenuto sport di nicchia, lontano dalle televisioni e dai facili entusiasmi. Ma, notizia di ieri, i Seamen di Milano, ormai composti da quarantenni e cinquantenni, si rimettono insieme e torneranno a giocare: si sono trovati su Facebook e non si sono accontentati di una pizza per ricordare i vecchi tempi...
IL SITO di riferimento per il football americano in Italia:AFI
L'evoluzione dei palloni da calcio portò a "Tango", che venne utilizzato sia nei mondiali d'Argentina del 1978 sia in quelli a noi tanto cari di Spagna 1982. Il solito pallone che tutti avevamo conosciuto, quello a pentagoni bianchi e neri (che si chiamava Telstar e veniva dai mondiali messicani del 1970) mutava aspetto: i pentagoni neri diventavano bianchi su quelli già bianchi era impresso un disegno nero, che a dire il vero più che il tango ricorda un tanga! Comunque, serviva a realizzare dei larghi cerchi bianchi sulla struttura.
Il pallone del 1978 e quello del 1982 erano molto simili: a parte le scritte relative al mondiale, il secondo riportava anche lo stemma dell'Adidas. Un po' più diversa la sfera per i campionati del mondo del 1986 in Messico: il disegno rimaneva lo stesso, ma solcato da disegni etnici degli Aztechi - da qui il nome, "Azteca" - e le scritte da nere si fecero rosse.
Analogamente l'Adidas si comportò per Italia '90: presentò "Etrusco", dove i fregi aztechi lasciarono il posto a un leone etrusco e le scritte ritornarono nere. Solo nel nuovo millennio sarebbe cambiata la filosofia, con il Fevernova: infatti sia nel 1994 che nel 1998 i palloni erano praticamente dei cloni di Tango.
Embè, che cosa c'entra un avvenimento degli Anni '90 con un blog che reca il sottotitolo "Livin' in the Eighties", ovvero "Vivendo negli Anni '80"? C'entra, c'entra... Perché, se è vero che la manifestazione si è svolta nel 1990, tutta la preparazione si è svolta giocoforza nel decennio precedente.
La FIFA, infatti, assegnò all'Italia l'organizzazione dei Mondiali di calcio del 1990, preferendola all'Unione Sovietica. A distanza di 56 anni dal mondiale vinto da Pozzo e voluto fortemente da Mussolini e a 30 dall'Olimpiade di Roma, il nostro paese diventava nuovamente il centro del mondo per un mese.
Cominciò così a muoversi la macchina organizzativa: subito venne nominato il presidente del Comitato, il giovane manager della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo, mentre l'immarcescibile Franco Carraro proclamò "Il Mondiale di calcio sarà l'occasione più opportuna per dimostrare non solo le nostre capacità organizzative, ma anche l'alto livello tecnologico raggiunto in tutti i settori della vita nazionale".
Il primo problema da affrontare fu quello di rimodernare gli stadi, alcuni abbondantemente obsoleti, altri già passabili: non si badò a sprechi, e infatti qualche anno dopo scoppiò il bubbone di Tangentopoli. A Torino si decise di costruire un nuovo stadio, l'orribile "Delle Alpi", a Bari anche. nelle altre città prescelte - Roma, Udine, Bologna, Cagliari, Genova, Firenze, Napoli, Palermo e Verona - si optò per un restyling. I costi salirono alle stelle, così come quelli delle strutture di contorno. A Milano venne costruita e inaugurata la Linea 3 della metropolitana, a Roma furono costruite nuove stazioni, ora fatiscenti.
Si provvide anche a scegliere il logo, un pallone con delle ombre rosse e verdi a ricordare la bandiera italiana, così come la brutta mascotte, un omino stilizzato nell'atto di calciare formato da bandierine. Venne battezzata "Ciao" con un concorso legato alle schedine del Totocalcio. Gli altri nomi della cinquina erano "Dribbly", "Beniamino", "Bimbo" e "Amico".
E le partite? Be', quelle esulano da questo blog: le giocarono nel 1990... Posso indicare i giorni, sorteggiati con un megashow condotto da Pippo Baudo il 9 dicembre 1989 all'Olimpico di Roma, con Sophia Loren come madrina:
A) ITALIA, Austria, Cecoslovacchia e Stati Uniti B) ARGENTINA, Unione Sovietica, Romania e Camerun C) BRASILE, Scozia, Svezia e Costarica D) GERMANIA, Jugoslavia, Colombia ed Emirati Arabi Uniti E) SPAGNA, Belgio, Uruguay e Corea del Sud F) OLANDA, Inghilterra, Irlanda ed Egitto
Gli Anni '80 dell'atletica leggera italiana hanno un nome di spicco, quello di Alberto Cova, soprannominato il "Ragioniere" non solo per il suo diploma, ma anche per il portamento esile ma elegante e la condotta in gara.
A questo brianzolo di Inverigo riuscì un'incredibile tripletta nei 10.000 metri non ancora dominati dagli atleti africani: vinse questa gara di mezzofondo nel 1982 agli Europei di Atene, nel 1983 ai Mondiali di Helsinki e nel 1984 alle Olimpiadi di Los Angeles. A questi successi aggiunse nel 1983 la vittoria ai Giochi del Mediterraneo di Casablanca.
La sua arma segreta era uno sprint incredibile: se lo portavano al finale con una gara tattica non c'era scampo, vinceva lui. Ai Mondiali di casa il finlandese Martti Vainio, che pure lo conosceva bene dagli Europei, pensò di mollare la compagnia al settimo chilometro: Cova gli tenne botta e Vainio dovette cedere al suo stesso allungo. Anche alle Olimpiadi lo sconfitto fu Vainio, che poi fu addirittura squalificato per positività all'antidoping.
Cova vinse anche la Coppa Europa del 1985, andando a trionfare anche nei 5.000. Per batterlo ci volle un altro italiano, Stefano Mei, agli Europei di Stoccarda del 1986, in una gara epica per lo sport azzurro: terzo fu infatti Salvatore Antibo. Dopo quella sconfitta qualcosa si ruppe: Cova non riuscì a qualificarsi per la finale né ai Mondiali di Roma del 1987 né alle Olimpiadi di Seul del 1988. Dopo i Giochi, a soli 30 anni, il "Ragioniere", carico di allori, si ritirò.
Nel 1994 diventerà deputato alla Camera nelle file di Forza Italia. Due anni dopo non verrà però rieletto.
La Germania Democratica, riunitasi nel 1990 con quella Federale, sfornò a lungo atleti di ottimo livello - anche, si vociferava, per via del doping di stato. Non sembrava esserci ombra però dietro una straordinaria macchina da gara, Heike Drechsler, nata nel 1964, che vinse negli Anni '80 per la Germania Democratica e negli Anni '90 per i tedeschi uniti.
La Drechsler era un'atleta versatile e veloce: gareggiava nel salto in lungo e nelle corse veloci. Si fece conoscere ai Mondiali di Helsinki del 1983, i primi disputatisi, vincendo il lungo. Nell'edizione romana del 1987 dovette accontentarsi del secondo posto nei 100 metri e del terzo nel lungo. Due bronzi nei 100 e 200 metri alle Olimpiadi di Seul. Agli Europei vinse l'oro nel lungo e nei 200 metri a Stoccarda nel 1986, vincendo poi la gara preferita, quella del lungo nelle tre edizioni degli Anni 90, a Spalato, Helsinki e Budapest. Anche alle Olimpiadi di Barcellona e Sydney conquisterà l'oro con la nuova maglia della Germania unita.
Nel lungo stabilì due volte il primato del mondo: 7,44 a Bucarest nel 1985 e 7,45 a Tallinn nel 1986, eguagliato il mese successivo a Dresda. A Jena nel 1986 eguagliò il record della connazionale Marita Koch nei 200 metri: 21"71. Quello fu un anno magico per Heike: fu eletta sportiva dell'anno nel suo paese e atleta dell'anno dalla United Press International. Nel 2000 fu inserita tra le dieci atlete tra cui scegliere l'atleta donna del secolo nella classifica della Associazione Internazionale di Atletica Leggera.
Un peso massimo, un simpatico romagnolo. Alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 Francesco Damiani vinse la medaglia d’argento, sconfitto dallo statunitense Tyrell Biggs.
Poi passò professionista e sulla lunga strada per il titolo mondiale gli capitò ancora l’americano, a Milano, quattro anni dopo. Francesco questa volta lo batté.
Il 6 maggio 1989 finalmente poté disputare l’incontro per il titolo di campione del mondo WBO: Damiani alla terza ripresa mise KO il sudafricano Jonny DePlooy ed entrò nella leggenda della boxe. Un solo italiano prima di lui era riuscito a vincere il titolo di campione del mondo dei massimi: Primo Carnera, il gigante di Sequals.
Francesco Damiani in 32 incontri da professionista vinse 30 volte, 24 per KO, e ne perse solo due, con Mercer e McCall. Oggi il cinquantenne Francesco è il commissario tecnico della nazionale italiana di pugilato.
Ieri a Pechino è caduto il record del mondo dei 100 metri: Usain Bolt li ha corsi in 9"69.
E negli Anni '80? Il record era vecchio: risaliva alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968: lo statunitense Jim Hines aveva vinto la gara in 9"95: già suo era il primato con cronometraggio manuale, 9"9.
Il 3 luglio 1983 fece perciò scalpore Calvin Smith: lo statunitense a Colorado Springs realizzò il tempo di 9"93.
Solo alle Olimpiadi di Seul il tempo venne migliorato: Ben Johnson, canadese di origini giamaicane, il 24 settembre 1988 vinse la gara in 9"79 ma due giorni dopo venne squalificato per uso di doping e privato dell'oro e del record. In quella stessa gara Carl Lewis, secondo, aveva ottenuto 9"92: gli vennero assegnati la medaglia d'oro e il primato mondiale.
I 100 metri di Seul, 24 settembre 1988
Sembrava impossibile correre più veloce del "figlio del vento", abbassare quel limite che pareva la soglia delle capacità umane. Invece negli Anni '90 verranno i record di Leroy Burrel (9"90), ancora Carl Lewis (9"86), di nuovo Burrel (9"85), il canadese Donovan Bailey (9"84) e Maurice Greene (9"79).
Negli ultimi anni Asafa Powell (9"79 e 9"74) e lo stesso Usain Bolt (9"72 e il fantastico 9"69 di ieri), entrambi giamaicani, hanno migliorato il primato mondiale. E, visto come ha rallentato Bolt nel finale, c'è spazio per nuovi record nei 100 metri.
Il record del mondo dei 100 metri femminili resiste ancora oggi ed è giudicato assolutamente inarrivabile. Lo realizzò Florence Griffith Joyner il 16 luglio 1988 nei quarti ai trials americani in vista dei giochi olimpici di Seul. Il cronometro si fermò a 10”49. Molti contestarono un’anomalia dell’anemometro, che era fermo al momento dei 100 metri, ma che segnò vento forte favorevole, oltre 5 metri al secondo, durante tutte le altre gare. Altri parlarono di doping, peraltro mai provato.
Florence Griffith Joyner era un’atleta molto eccentrica: era nota per le sue lunghissime unghie colorate e per i suoi strani body da gara dai colori appariscenti, spesso con una gamba lunga e una corta, oppure con il cappuccio aerodinamico. Lei, “Flo-Jo” era nata nel quartiere Watts a Los Angeles da una famiglia povera.
Alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 aveva ottenuto il bronzo nei 200 metri. Poi si era ritirata e aveva iniziato a lavorare in banca. Con l’allenatore Kersee riprese in vista delle Olimpiadi di Seul e partecipò ai Mondiali di atletica di Roma nel 1987: seconda nei 200 metri e oro con la 4x100. Cambiò allenatore e se lo sposò: Al Joyner. Lui le fece aumentare ancora i carichi da lavoro, la rese una vera macchina da corsa. E venne il record del mondo di quel 16 luglio 1988.
Florence Griffith Joyner arrivò a Seul da assoluta protagonista. Con quel tempo! Il problema più grosso fu quello di far approvare alle autorità sportive statunitensi la sua nuova tenuta da gara: una gamba vestita di verde, l’altra nuda. Alla gara dei 100 sembrò controllare la sua corsa fino ai 40 metri, ma poi esplose tutta la sua potenza: vinse in 10”54, altro straordinario tempo.
Ma Florence non si accontentò: stupì di nuovo nei 200 metri battendo in semifinale il record del mondo delle tedesche dell’Est Marita Koch e Heike Drechsler: 21”56. Non si fermò lì: in finale, solo novanta minuti più tardi vinse e abbassò ancora il suo primato, bloccandolo a 21”34. Ai due ori ne aggiunse un altro con la staffetta 4x100 e conquistò un argento con la 4x400.
L’anno successivo abbandonò definitivamente l’atletica per dedicarsi alla moda e alla politica: fu consigliere all’educazione fisica con Bill Clinton. Florence Griffith Joyner è morta nel settembre 1998, a 39 anni: è stata ritrovata priva di vita nella sua casa californiana. L’autopsia stabilì che si trattò di asfissia seguita a una crisi epilettica dovuta ad un tumore cerebrale.
Solo un’altra americana, Marion Jones, ha avvicinato quel record straordinario, correndo i 100 metri in 10”65: lo aveva però ottenuto grazie all’uso di doping ed è finita anche in prigione per questo. Il suo tempo appare con un avvilente asterisco sulle statistiche.
Sarà stata forse la gioventù o quell’estate calda che fioriva di magliette rigate ed espadrilles. Sarà stato l’amore che volava nell’aria con ali di farfalla e mi faceva camminare in cielo.
Quella sera per sempre resterà nello scrigno prezioso dei ricordi: l’ansia, le strade deserte, milioni di persone davanti alla tivù. E lo sconforto al rigore fallito, il timore di un segno del destino cresciuto nel corso dell’intervallo. Poi la gioia del gol di Paolo Rossi, l’urlo di Tardelli nella sera, Altobelli che infilava Schumacher e Pertini che diceva “Non ci prendono più”, le bandiere allo stadio Bernabeu, mille luci la sera di Madrid. L’arbitro Coelho col pallone in mano ed il triplice “Campioni del mondo” di Martellini con voce strozzata, la Coppa del Mondo data dal re a Dino Zoff e mostrata all’Italia, al mondo intero con grande fierezza.
Le strade si riempirono di gente, di auto e moto, di gioia e tricolori: io sventolavo davanti al cancello la mia bandiera ed i miei diciotto anni mentre alla televisione c’era “Discoring” e Giuni Russo cantava alla notte più bella di sempre “Un’estate al mare“.
LA CRONACA DELL'ANSA
Mundial - Italia campione del mondo (dall'inviato dell'Ansa Fabio Masotto)Madrid, 11 luglio
È stupendo. Si stenta a crederlo. L'Italia è campione del mondo. Lo è per la terza volta. Nessuno ha fatto meglio. Dopo 44 anni, dopo nove tornei anche amari, torna in possesso del più prestigioso trofeo dello sport più popolare e bello del mondo. ha vinto il mondiale più grande della storia, il primo a larga partecipazione. Lo ha vinto da assoluta protagonista. Il batticuore non cessa. I palpiti intensi sono durati poco più di un'ora fino al 69', quando Tardelli ha messo al sicuro la leggendaria vittoria con il secondo magnifico gol, seguito di dodici minuti al primo siglato da Rossi, il Manolete di España '82, la stella del Mundial, capocannoniere della manifestazione iridata con sei reti. Poi è venuto il terzo gol, a nove minuti dal termine, segnato da Altobelli, ed il trionfo è diventato apoteosi. Adesso il mondo del pallone sta lì, sotto i piedi degli azzurri saliti sul trono più alto. Lì sul campo i giocatori italiani si abbracciano, si passano di mano in mano la preziosa coppa d'oro, se la stringono con giusto orgoglio, la levano al cielo offrendola simbolicamente al pubblico mentre eseguono festosi il tradizionale giro di campo del trionfo.
Cinquantamila spettatori italiani sugli spalti sventolano vessilli, suonano trombe, intonano cori. In tribuna il presidente della Repubblica Pertini è visibilmente emozionato. È festa immensa: un brivido, un sogno realizzato. I campioni d'Europa della Germania sono stati travolti per 3 a 1, punteggio anche equo nonostante l'Italia abbia sbagliato un calcio di rigore dopo neppure mezz'ora di gioco con Cabrini, un errore che aveva momentaneamente gettato lo sconforto tra i sostenitori italiani. Il risultato, comunque, rispecchia l'andamento della partita e i valori espressi dalle squadre. primo tempo a favore dei tedeschi, ripresa di netta marca azzurra. E l'Italia ha vinto con la solita arma tattica del contropiede unita a quella ancora più efficace della volontà e del cuore. Si sono battuti tutti da leoni, come ormai avevano abituato il mondo nella seconda parte della rassegna iridata. Il contropiede ha pagato ancora e alla fine ha umiliato anche i tedeschi, campioni del vecchio continente. Gli azzurri hanno lavorato gli avversari ai fianchi nel primo tempo lasciando che essi sfogassero energie che avevano sorprendentemente ritrovato dopo l'estenuante semifinale con la Francia. Li hanno controllati davanti alla porta di Zoff per poi uscire alla distanza e colpirli, impietosamente.
Un gol di ''Pablito'', azzurra stella del Mundial, un altro di Tardelli ed infine uno di Altobelli: la Germania è finita k.o., è stata messa kaputt. Ad essa, comunque, va l'onore delle armi per essersi battuta con vigore, grinta, per essere riuscita nel finale a cogliere il meritato gol della bandiera con Breitner, il suo più irriducibile giocatore. È stato il trionfo degli azzurri, maanche quello di Bearzot che ha saputo credere nella squadra e le ha dato i giusti equilibri e che ha anche rischiato quando era necessario. Ha rischiato grosso anche stasera schierando, in assenza dell'infortunato Antognoni il giovane Bergomi, al quale ha affidato nientemeno che Rummenigge. Con un terzino-stopper in più in squadra, Bearzot ha così accentuato l'assetto difensivo della formazione. Qualche difficoltà si è incontrata nel primo tempo a centrocampo, dove Tardelli e Oriali non sono riusciti ad esprimersi in fase di spinta come sperato, lasciando così un po' troppo isolate le punte Rossi e Altobelli (quest'ultimo subentrato a Graziani, infortunatosi dopo soli sette minuti). Ma proprio facendo diga sulla tre quarti, la squadra ha potuto frenare l'impeto dei tedeschi per poi imporre una maggiore freschezza e gli abituali schemi di controffensiva.
Il tema della finale si è disegnato fin dai primi minuti, si può dire fin dall'annuncio delle formazioni, quando si è appreso che l'Italia avrebbe giocato 'bloccata indietro' . Questi gli accoppiamenti che hanno imposto gli azzurri: Bergomi - Rummenigge, Cabrini - Kaltz, Collovati - Fischer, Gentile - Littbarski, Oriali - Dremmler, Tardelli - Breitner, Conti - Briegel, Rossi - K. Forster, Graziani (Altobelli) - B. Forster. È accaduto così che il ruolo di propulsore della squadra sia toccato a Cabrini che avendo da controllare un terzino fluidificante finché si vuole ma sempre un difensore (Kaltz), si è trovato spesso senza avversari nella zona sinistra del campo. per tutto il primo tempo però l' azzurro non ha insistito la spinta riservandosi di farlo, con tutta la squadra, proprio nella ripresa quando è esploso il contropiede azzurro. I duelli più avvincenti della finale sono stati quelli tra Bergomi e Rummenigge e tra Collovati e Fischer prima e Hrubesch dopo. I due azzurri sono stati autentici giganti in retroguardia, settore al solito sorretto da un attentissimo e tempista Scirea. Il giovane Bergomi , opposto all' asso biondo tedesco è stato a dir poco impeccabile riuscendo anche ad anticiparlo e comunque non dandogli mai spazio per il tiro. Ma che dire di tutti gli altri? Di Conti, ad esempio, che è stato instancabile nel lavoro di raccordo fra centrocampo e punte, che ha trovato anche modo di esibirsi nei suoi numeri preferiti in dribbling ma che è stato anche essenziale in attacco tanto che suo è stato l'assist del terzo gol azzurro di Altobelli. Oriali è stato maltrattato dai centrocampisti avversari ma non si è mai sottratto dalla zona calda del centrocampo e con coraggio e abnegazione ha svolto il ruolo richiesto. Tardelli è stato il solito condottiero a centrocampo, l' anima della squadra. Sempre in movimento, sempre pronto a interpretare le sfumature della partita. Ma la stella è stato ancora una volta Paolo Rossi che ha avuto il grande merito di sbloccare il risultato al 57' sfruttando un traversone a seguire di Gentile messo in moto da una punizione a sorpresa di Tardelli.
Con il consueto grande movimento ha corredato la sua prestazione di eccellenza. Anche Altobelli si è inserito nello spirito della squadra lottando su ogni pallone, cercando perfino di fare pressing in assenza di Graziani ed anche per lui è venuta la soddisfazione del gol.
La Germania è sembrata quasi impreparata di fronte alla determinazione dell'Italia. Se l'attendeva vigorosa ma non pensava certo di trovarla così ricca di inventiva e di schemi alternativi. Hanno tentato di ancorarsi sulla fredda padronanza dei propri mezzi, sulla calma, sulla imperturbabilità ma contro la frizzante Italia di questa sera c' era poco da fare. Breitner, il Tardelli tedesco, si è dannato l' anima per cercare spazi in fase risolutiva ma contro il muro azzurro si è sempre infranto l'attacco tedesco. Derwall, sul 2 - 0 per l' Italia, ha tentato anche di rafforzare la prima linea inserendo il gigantesco Hrubesc al posto del centrocampista Dremmler ma anche il biondo ariete tedesco è dovuto capitolare. L'Italia è dunque campione del mondo con pieno diritto. Dopo un incerto avvio nella prima fase, la squadra di Bearzot si è nettamente imposta nel girone di Barcellona piegando Argentina e Brasile con due vittorie molto sofferte e tenacemente volute, quindi sullo slancio ha scavalcato la semifinale con la Polonia con perentoria autorità ed ha vinto con esaltante merito la finalissima. La Germania, favorita prima della rassegna, è caduta proprio nella sfida decisiva. agli azzurri, oltre al titolo, vanno le simpatie e la gratitudine degli appassionati di calcio di tutto il mondo per le emozioni che hanno saputo offrire nel Mundial. Adesso è perfino un peccato che sia finito: da questa Italia , se fosse continuato, sarebbero certamente venute altre imprese leggendarie.
L’8 luglio 1982, alle 17.15 l’Italia contendeva alla Polonia la finale del Mondiale di Spagna. Si giocava nell’altro stadio di Barcellona, il “Nou Camp”, dopo i miracoli al “Sarrià” contro Argentina e Brasile.
La Polonia, già incontrata il 14 giugno nella prima partita del girone di qualificazione – finì 0-0, con una traversa di Tardelli -, era priva della sua stella Boniek, squalificato per somma di ammonizioni. All’Italia per lo stesso motivo mancava Gentile, sostituito dal giovane Bergomi.
Al 22’ Paolo Rossi riusciva a mettere in rete una punizione di Antognoni. Pochi minuti più tardi però il regista della Fiorentina usciva per infortunio, lo rilevava Marini. Era un’Italia più risoluta di quella della prima partita con i polacchi, e conscia dei propri mezzi. Controllava, faceva il gioco e si rendeva pericolosa. Al 73’ Conti mise in area un cross e Rossi lo appoggiò in rete inginocchiandosi. Nel dopopartita dirà: “Su quel pallone c’era scritto «Devi solo spingermi dentro»”.
L'1-0 di Paolo Rossi
Le autorità sportive e politiche saltarono sul carro del vincitore dopo mesi di insulti a Bearzot. Il presidente della Federcalcio, Federico Sordillo, disse: ''Ho incontrato Tardelli negli spogliatoi e mi ha assicurato che sarebbe sceso in campo in ogni caso, perché non poteva mancare ad un simile appuntamento. La forza della squadra sta proprio in questa grande determinazione, nell'abnegazione di tutti . L'Italia continua a giocare con grande intelligenza e merita pienamente questi risultati. Questa vittoria è dedicata a tutti i tifosi italiani''.
Franco Carraro, presidente dl CONI, si espresse così: 'È un grande successo per tutto lo sport italiano, una gioia per tutti e coincide con il quarto anno dell'elezione di Sandro Pertini a presidente della repubblica. Credo che questo sarà il messaggio augurale che il capo dello stato gradirà di più. La finalissima di domenica, sarà elettrizzante , la partita sarà sicuramente spettacolare''.
Matarrese, presidente di Lega, affermò: ''La Lega Calcio è orgogliosa di avere dato all'Italia una squadra gioiello che la Federazione ha gestito con grande intelligenza. Queste imprese sportive costituiscono un veicolo promozionale molto importante''.
Il campione brasiliano Pelè invece disse di non essersi entusiasmato, ma i tifosi italiani marciavano su Madrid, il Brasile era già a casa...
Il 5 luglio 1982 era un lunedì caldo, tipicamente estivo. Alle 17.15 l'Italia intera si fermò per guardare alla televisione Italia-Brasile. Era una partita secca: noi o loro per la semifinale. L'altra squadra del girone a tre, l'Argentina aveva perso 2-1 con noi e 3-1 con i brasiliani. Quel gol segnato in più dava ai verdeoro un immenso vantaggio: loro potevano pareggiare, noi dovevamo vincere.
Gli spalti dello stadio dell'Español, il "Sarrià" di Barcellona, erano uno spettacolo: tinti di giallo e verde da un lato e di tricolori dall'altro, con una marea di striscioni. Serviva un miracolo, perché la nostra squadra fino a quel momento non era stata eccezionale, anzi, solo con l'Argentina aveva dato un segnale di risveglio. Il Brasile invece era stato uno schiacciasassi: 2-1 all'Unione Sovietica, 4-1 alla Scozia, 4-0 alla Nuova Zelanda e, appunto, 3-1 all'Argentina. Tredici gol segnati e tre subiti. L'Italia aveva segnato solo quattro gol e ne aveva subiti tre. Però era carica: aveva litigato con i giornalisti e ordinato il silenzio stampa: due giorni prima Bearzot e Gentile erano quasi arrivati alle mani con il giornalista Cascioli.
La partita iniziò bene: al 5' Paolo Rossi rapinò un gol segnando all'incerto Valdir Perez. La nazionale dovette però subire l'offensiva dei brasiliani, che vedevano lesa la loro maestà, e ristabilirono il pareggio, che significava anche la qualificazione, con Socrates al 12'. I verdeoro cercarono allora di sfondare, volevano a tutti i costi vincere, schiacciarci. La loro tattica era però folle e controproducente: attaccandoci, si scoprivano al nostro contropiede. Al 27' Rossi, che aveva segnato il suo primo gol alla quinta partita del Mundial, approfittò di un retropassaggio errato a Valdir Perez e insaccò il 2-1. I tifosi italiani esplosero di gioia.
I brasiliani erano sotto choc: i calciatori riuscirono a riemergere dalla crisi solo a metà del secondo tempo e al 27' Falcao, che giocava nella Roma, pareggiò. Sembrava finita, per l'Italia. La delusione di aver avvicinato l'impresa si impadronì di chi era davanti allo schermo e sugli spalti del "Sarrià". Ma pochi minuti più tardi, alla mezzora del secondo tempo, Paolo Rossi, ancora lui, girò comodamente in rete di testa da pochi passi e segnò il 3-2. Il suo sorriso valeva la semifinale. Ma c'era ancora un quarto d'ora. Venne annullato un gol irregolare di Socrates. All'88' Antognoni mise dentro il gol del 4-2, ma l'arbitro israeliano Klein annullò per un fuorigioco che alla moviola risultò inesistente. Due minuti dopo Zoff si superò, salvando sulla linea un pallone che tutti avevamo visto dentro.
La partita finì subito dopo: ce l'avevamo fatta, sentivamo dentro di noi che il Mundial era nostro, che nulla avrebbe potuto fermarci. Non la Polonia, nostra prossima avversaria, che aveva perso la sua stella Zbigniew Boniek per squalifica. Non l'avversaria che avremmo trovato in finale, la Francia di Platini o la Germania di Rummenigge. Fermato il Brasile, eravamo noi i più forti, i più sicuri dei nostri mezzi. La squadra che stentava con Perù e Camerun era ormai uno sbiadito ricordo. Quella che aveva battuto il Brasile aveva mostrato grinta e carattere, ma anche fantasia e classe: Gentile, che già aveva marcato Maradona, aveva bloccato Zico con le buone e le cattive, portandogli via anche un pezzo di maglia. Conti aveva crossato con tecnica e genialità. Tardelli e Oriali avevano ritrovato polmoni e forza. Paolo Rossi si era finalmente sbloccato...
I tecnici di tutto il mondo, impressionati da quell'Italia, cominciarono a indicarla come favorita, 30.000 tifosi italiani si riversarono a Barcellona, pronti a marciare su Madrid.
LA CRONACA DELL'ANSA
Mundial - Italia - Brasile
Dall'inviato dell' ansa Giorgio Svalduz- Barcellona, 5 luglio
Grande festa del calcio a Barcellona con il minuscolo Sarrià stipato in ogni ordine di posti. I tamburi dei tifosi brasiliani si misurano con le trombe di quelli Italiani Continuando un confronto musicale che ha tenuto sveglia Barcellona questa notte con interminabili cortei lungo le ''ramblas''. La marcia di avvicinamento allo stadio dell'Español comincia alle 11, ma non ci sono incidenti. La polizia chiude al traffico l'intero quartiere attorno al campo mentre i bagarini fanno affari d' oro. Le formazioni sono quelle previste: Santana recupera Zico, Bearzot dà fiducia ad Oriali. L'Italia vince il campo e si schiera con il sole in faccia. Gli azzurri si spingono subito in avanti senza timori reverenziali e al 4' Cabrini lancia Tardelli che ''pesca''Rossi al centro dell' area, ma lo juventino ''cicca'' il pallone. Nell' azione successiva gli italiani passano al 5': Conti a Cabrini che crossa da sinistra per Rossi il quale di testa insacca sorprendendo la difesa brasiliana. una punizione di Eder al 7' si infrange sulla barriera, mentre all' 8' tira alto Graziani dopo un' azione Conti - Rossi. All'11' i sudamericani sfruttano un rimpallo su Collovati, ma Serginho, solo di fronte a Zoff, manda incredibilmente fuori.
Il pareggio è solo rimandato: al 12' Socrates scambia con Zico e si presenta solo in area sulla destra. Il suo rasoterra prende in controtempo Zoff. Al 14' viene ammonito Gentile per un fallo su Zico. Per la difesa azzurra è una gara terribile: diretti magistralmente da Socrates i brasiliani con tre passaggi smarcano sistematicamente un uomo in area. Per un fallo di Falcao su Tardelli c' è una punizione: il tiro di Antognoni è ribattuto. Al 25' c'è il raddoppio italiano: sulla rimessa di Waldir Perez, Luisinho si fa rubare il pallone da Rossi che avanza in area e ''fulmina'' il portiere sudamericano. C'è un fallo di Gentile su Zico, ma contemporaneamente Collovati finisce a terra dolorante in area. Lo stopper cerca di riprendere il gioco ma non ce la fa. Bearzot temporeggia e al 32' Socrates di testa impegna Zoff. Al 33' Bergomi prende il posto di Collovati. Va alta al 38' una punizione di Junior. Brivido tra i tifosi italiani per una respinta sbilenca di Zoff su angolo di Eder al 40'. Al 43' Graziani lanciato da Antognoni viene anticipato al momento di concludere e al 44' una punizione bomba di Eder colpisce in volto Tardelli. Su una mischia susseguente a un calcio d'angolo Oriali libera e Klein fischia la fine del primo tempo.
La ripresa comincia senza altre sostituzioni e i brasiliani si avvicinano al gol al 47': Junior libera Falcao sulla destra, ma il suo tiro si perdefuori. Al 50' contropiede di Conti che scambia con Rossi e si libera, ma da favorevole posizione tira fuori. Al 52' Antognoni serve Rossi che viene spinto in area da Luisinho, ma Klein fa proseguire. Va alta al 54' una punizione di Zico per fallo di Bergomi. Il portiere juventino para al 55' un forte tiro di Leandro da 40 metri, ma poi Zoff deve uscire ai limiti dell'area al 56' per respingere l'incursione di Cerezo liberato da Zico. il portiere azzurro esce bene su Serginho al 58' mentre c'è una nuova occasione per Rossi al 59', liberato da Graziani. Ma lo juventino manda fuori da favorevole posizione. Al 60' il portiere azzurro para a terra un'altra punizione di Eder. Il Brasile continua a premere e pareggia al 68': Junior libera sulla destra Falcao, che avanza e batte Zoff di sinistro. Santana fa entrare Paulo Isidoro al posto di Serginho. Un tiro di Zico al 71' va alto. Zoff para in due tempi un cross di Cerezo al 74'. Gli azzurri passano di nuovo in vantaggio sugli sviluppi di un corner di Conti: Tardelli lancia a seguire per Rossi che corregge di destro in rete siglando la sua tripletta al 75'. Contemporaneamente rimane a terra a centrocampo Tardelli, dolorante al piede sinistro. Lo sostituisce Marini al 77'. Al 78' per un fallo su Eder viene ammonito Oriali. Va fuori una punizione di Eder al 79' per un fallo di Marini sulla stessa ala sinistra. All' 80' un gol di Socrates viene annullato per evidente fuorigioco dello stesso capitano brasiliano. su una punizione di Antognoni per fallo su Conti, Rossi di testa manda fuori. Un colpo di testa di Antognoni all' 85' viene parato da Waldir Peres. Gli azzurri cercano di alleggerire la pressione brasiliana con contrattacchi ragionati. all' 88' un gol di Antognoni sugli sviluppi di un'azione corale viene annullato, all' 89' un colpo di testa di Zico viene parato da Zoff nei pressi della linea e i brasiliani protestano. Al 91' Klein fischia la sospirata fine dell'incontro e sugli spalti i tifosi italiani scandiscono con lunghi applausi questo straordinario successo che permette agli azzurri di entrare nelle semifinali dove incontreranno nuovamente i polacchi.
Il 29 giugno 1982 allo stadio Sarrià di Barcellona, l'Italia risorgeva al Mondiale di Spagna sconfiggendo l'Argentina 2-1 negli strani quarti di finale a tre, dopo uno stentato girone eliminatorio superato grazie alla differenza reti dopo i pareggi con Polonia (0-0), Perù (1-1) e Camerun (1-1). Da quella sera il sogno divenne più vicino...
IO L'HO VISTA COSI':
Stiamo tornando dalla spiaggia un po' in anticipo: di solito torniamo dopo le sei e ora sono le cinque appena passate. È che tra poco comincia Italia-Argentina per i campionati del mondo di calcio e faremo un tifo sfrenato davanti al televisore. Non è che l'Italia giochi poi così bene: i giocatori sono in silenzio stampa e hanno eletto portavoce Dino Zoff, che forse è l'uomo meno loquace del mondo, e hanno ottenuto solo tre pareggi nella fase eliminatoria di Vigo e La Coruña, con Polonia, Perù e Camerun; così la nostra nazionale è finita nel girone difficile, direi quasi impossibile, con Argentina e Brasile. Ma tant'è, speriamo sempre nel genio italico.
Con me ci sono Paola e Marta e stiamo ascoltando la radio: ora cantano i Secret Service, "A Flash in the Night". Io ho la mia sacca a righe bianche e azzurre con il telo da spiaggia, la crema abbronzante, "Il male oscuro" di Giuseppe Berto e "La Settimana Enigmistica". Paola ha la solita borsa di paglia con tutto l'occorrente per la spiaggia e il barattolo di crema Nivea, oltre a "Fausto e Anna" di Cassola e a un bikini azzurro di ricambio. Maria porta il pallone da pallavolo e le bocce.
Ora alla radio cantano i Quarterflash, "Harden my Heart" e siamo quasi arrivati all'hotel. Altra gente torna in fretta dalla spiaggia per l'incontro di calcio. E già alcune persone sono sedute nella saletta del televisore. Stanno per essere eseguiti gli inni. Gentile ha la faccia di un mastino, dovrà marcare Maradona, che molti definiscono il nuovo astro del calcio mondiale. Forse ce la faremo. Mi siedo tra Paola e Marta sulle poltroncine rivestite di tela scozzese a base vermiglia in seconda fila. Un brivido mi percorre il corpo mentre la banda spagnola suona "Fratelli d'Italia".
Finalmente la partita comincia. Sembriamo tonici, nonostante l'importanza dell'incontro. Si levano urla e imprecazioni quando Paolo Rossi si mangia un gol già fatto e gli viene quasi da piangere.
Poi segna Tardelli e Paola mi abbraccia, nell'euforia generale non riusciamo a vedere i replay: una staffilata dal limite che ha fulminato il portiere argentino. Restiamo lì a sperare che le iniziative dei biancocelesti si esauriscano, ma quando Cabrini manda in rete la palla respinta dal portiere su tiro di Rossi sembra fatta davvero. Anche perché gli argentini perdono la testa e Gallego si fa espellere. Peccato che non riusciamo ad approfittarne e che Bruno Conti fallisca il 3-0. Abbiamo visto tutti la palla in rete mentre ancora era attaccata al suo piede. Invece no...
Manca poco alla fine quando l'arbitro romeno Rainea assegna una punizione dal limite inesistente a favore dell'Argentina. "Attenti a Passarella, è un ottimo tiratore" dice qualcuno. È proprio Daniel Passarella che si incarica del tiro. Bum! Fa secco Zoff e temiamo la beffa. Resistiamo cinque minuti insieme agli "azzurri" e tiriamo un sospiro di sollievo al fischio finale. Sono quasi le sette, aspettiamo di andare a lavarci commentando le azioni decisive.
Siamo seduti ai tavolini del bar, Marta gioca con le frange della tovaglietta plastificata a scacchi bianchi e rossi, beviamo Coca-Cola ghiacciata e guardiamo nella strada la gente che torna dalla spiaggia. A loro della partita non interessava poi molto. E infatti sono quasi tutti tedeschi e austriaci. "Stasera che si fa?" chiede Paola con la sua bella voce un po' nasale. "Decidi tu, come sempre: sei così brava a inventare qualcosa" le dice Marta, masticando la fetta di limone che era nella Coca-Cola. "Ci penserò" replica Paola "Potremmo andare al Luna Park se vi va bene." Io e Marta annuiamo senza parlare e allora lei rompe gli indugi: "Vado a lavarmi. Ciao. Ci vediamo più tardi".
QUESTA LA CRONACA DELL'ANSA
Mundial - La vittoria dell'Italia
(dall'inviato dell'Ansa Fabio Masotto)
Barcellona, 29 giugno
Un piccolo miracolo. Nel calcio possono ancora accadere. La nazionale italiana è risorta siglando un'impresa. Ha battuto i campioni del mondo in carica dell'argentina di superstar Maradona ed ora per una settimana fa tremare il divino Brasile. È stata una battaglia aspra, persino violenta, dalla quale gli azzurri sono usciti da trionfatori. Una partita mediocre dal lato squisitamente tecnico; è stata invece intensa sul piano emotivo per la concentrazione con la quale è stata affrontata e giocata da ambo le parti. Per l'Italia dei pareggi è arrivata finalmente la vittoria e l'ha colta contro una delle più titolate squadre presenti al Mundial. Ancora una volta, come quattro anni fa, il calcio italiano ha inflitto una severa, dura lezione al football argentino che ha dimostrato di soffrire molto il marcamento a uomo imposto dagli azzurri. Il risultato finale è stato di 2 a 1, ma il punteggio non esprime compiutamente la superiorità della nazionale azzurra, che finalmente ha ritrovato grinta, entusiasmo, cuore, per battersi ai livelli smarriti del '78 a Buenos Aires. A testimonianza dell'asprezza della battaglia stanno le cinque ammonizioni (Rossi, Gentile, Kempes, Maradona e Ardiles) e l'espulsione di Gallego decretate dall'arbitro Rainea. L'Italia è ricorsa all'arma del contropiede, tattica che più si addice alla natura del suo calcio, e si è così riscoperta ancora competitiva. Dopo un primo tempo costellato di falli che hanno spezzettato continuamente il gioco, con i 22 in campo più impegnati a dare calci che a fare calcio, nella ripresa la squadra azzurra si è distesa in avanti in contrattacchi vibranti suggeriti da Antognoni e condotti da Conti e Graziani con il frequente inserimento di Tardelli. Proprio quest'ultimo ha sbloccato il risultato al 56' dettando l'azione ad Antognoni che lo ha smarcato benissimo sulla sinistra. Lo juventino ha concluso di sinistro con uno splendido rasoterra diagonale che ha battuto Fillol. Ma non era finita qui. Dal gol l'Italia ha tratto ulteriore slancio e appena undici minuti più tardi, dopo che Zoff aveva miracolosamente sventato una conclusione di Passarella, Cabrini, su delizioso invito di Conti, ha messo a segno il raddoppio dopo che Rossi si era fatto parare un tentativo di pallonetto da Fillol su perfetto lancio di Graziani. La rabbia sudamericana si è accentuata ed il finale è stato un assedio alla porta di Zoff, una pressione che ha fruttato agli argentini un gol su punizione di Passarella ma che è stata alleggerita dall'Italia con frequenti e pericolosi contropiedi. Maradona ha anche preso un palo su calcio piazzato, ma è stato questo l'unico vero numero del fuoriclasse sudamericano. Gentile, infatti, lo ha completamente annullato, cercando sempre l'anticipo, a volte anche il fallo, ma i risultati sono stati straordinari. Bearzot ha indovinato tutte le marcature con Cabrini protagonista di una prestazione gigantesca su Diaz, letteralmente cancellato dal campo, con Collovati impeccabile francobollatore di Bertoni, con Tardelli che ha sovrastato per dinamismo e continuità d'azione l'ex-grande Kempes. Una partita studiata perfettamente a tavolino, dunque, che si è tradotta sul terreno di gioco in incontro entusiasmante, sia pure limitatamente alla ripresa quando il nervosismo è cresciuto tra gli argentini ed è aumentata tra gli azzurri la fiducia di poter cogliere il risultato. Il trascinatore della squadra è stato Tardelli con le sue sgroppate a centrocampo, ma tutti gli altri, Rossi compreso anche se ha ancora denunciato di non essere nell'ideale condizione fisica, lo hanno assistito a meraviglia. Antognoni ha disputato probabilmente la sua migliore partita in nazionale per continuità di rendimento, lucidità e coraggio. Graziani è stato un guerriero su ogni pallone, è entrato sempre nella lotta, non si è mai risparmiato rientrando e rilanciandosi in contropiede. Certo non si poteva pretendere che improvvisamente trovasse il controllo di palla, ma la sua prova è stata generosissima. E anche Conti, che pure nel primo tempo non si era posto in luce particolare avendo dovuto badare soprattutto al lavoro di copertura, nella ripresa ha dato verve a tutta la squadra con le sue fughe sulle fasce, i suoi dribbling, i suoi assist. Anche in occasione del primo gol, il romanista ha collaborato all'azione dirottando su Antognoni un rinvio di Cabrini. In perenne movimento, ora a destra ora a sinistra, Conti ha dato consistenza ad un attacco che stentava a trovare sbocchi utili contro la rude ma squilibrata difesa avversaria. Ma la vittoria di oggi l'ha costruita la retroguardia azzurra. Zoff è stato splendido per sicurezza (ha compiuto almeno quattro parate-gol), Gentile sempre concentratissimo su Maradona, idem Collovati e Cabrini. Quest'ultimo ha avuto anche il grande merito di sganciarsi in più occasioni in avanti a dare spinta alla prima linea e non è un caso che sia stato lui l'autore del gol della sicurezza del trionfo azzurro. Scirea ha sorretto e guidato tutto il reparto, chiudendo ogni varco agli avversari. La nazionale ha fatto catenaccio, dunque, per affidarsi al contropiede. Le è andata bene. Ma questa era una partita che si poteva vincere soltanto in questo modo. Si sapeva, infatti, che gli argentini sarebbero stati insofferenti al marcamento stretto. I sudamericani non sono mai riusciti a fare una vera azione corale. Insomma, il non gioco dell'Italia nel primo tempo li ha irritati al punto che nella seconda parte della gara hanno perduto gli equilibri. Soltanto Ardiles e Passarella sono stati all'altezza ed il rilievo, di fronte alla precedente considerazione sulla prova di tutti gli azzurri, la dice esaurientemente sul rapporto dei valori emersi oggi nel piccolo stadio Sarria, pieno come un uovo. Alla fine i 40 mila spettatori hanno a lungo applaudito il trionfo dell'Italia, più intensamente di quanto avessero fischiato le due squadre al termine del primo tempo, dove in realtà la nazionale di Bearzot aveva gettato le basi del successo. Ancora una volta, così, il ct azzurro ha avuto la meglio su Menotti, confermandosi la ''bestia nera'' del tecnico argentino. Quattro anni fa la vittoria azzurra sui biancocelesti non ebbe conseguenze sul cammino degli argentini. Oggi, il 2 a 1 rilancia il gioco all'italiana e condanna la presunzione dei campioni in carica, precipitati sull'orlo dell'eliminazione. Ed ora Argentina-Brasile, dove tocca ai carioca farsi strada contro avversari alla disperazione. L'Italia è già al largo.
I Boston Celtics sono tornati alla vittoria dopo 22 anni nel campionato NBA: avevano dominato la prima metà degli Anni 80 vincendo il titolo nel 1981, nel 1984 e nel 1986 con il mitico numero 33, il biondo Larry Bird, ala infallibile nel tiro da tre punti, ininterrottamente sul parquet dal 1979 al 1992, miglior giocatore della lega nel 1984, 1985 e 1986, medaglia d'oro alle Olimpiadi di Barcellona. Bird ha giocato ben tredici stagioni nella NBA, dal 1979-80 al 1991-92, è stato miglior giocatore della lega nel 1984, 1985 e 1986 e medaglia d'oro alle Olimpiadi di Barcellona con il Dream Team statunitense.
Con lui militivano Robert Parish, Kevin McHale, Cedric Maxwell e Dennis Johnson. Come in questo 2008 le sfide futrono tra i Celtics ed i Lakers di Los Angeles, che schieravano altri miti dell'NBA: Magic Johnson e Kareem Abdul Jabbar. Le due squadre si spartirono i campionati degli Anni '80: Los Angeles vinse gli altri titoli nel 1980, 1982, 1985, 1987 e 1988 e perse in finale con i Philadelphia 76ers nel 1983 e con i Detroit Pistons nel 1989. I match venivano ritrasmessi in Italia da Canale 5. Si faceva notte per guardare quel mondo nuovo che si spalancava, quell'America che si presentava dai televisori facendo dei nostri salotti parquet di palazzetti.
Il 18 giugno 1983 a Newport, negli Stati Uniti, cominciava un’edizione storica della Coppa America di vela: per la prima volta gli sfidanti gareggiavano tra loro per la “Louis Vuitton Cup”; per la prima volta era presente una barca italiana, “Azzurra”; per la prima volta dopo 132 anni gli statunitensi avrebbero perso il trofeo.
“Azzurra” era stata messa in acqua quasi un anno prima dallo Yacht Club Costa Smeralda con Gianni Agnelli e l’Aga Khan come padrini. Al comando lo skipper Cino Ricci, al timone Mauro Pelaschier. Sull’onda dei primi successi della barca, gli italiani impazzirono per la vela. La sera seguivano sui teleschermi le regate e si impratichivano dei termini nautici che sentivano per la prima volta. Il tangone non era più il ballo che Fantozzi mimava con Filini sulla barca del direttore generale ma una precisa parte dell’imbarcazione. Il boma, attenti al boma!
La passione e l’entusiasmo accesero quell’estate italiana che accarezzò il sogno di riuscire nell’impossibile impresa, portare via la Coppa agli americani. Del resto, l’anno prima non avevamo vinto i Mondiali di calcio in Spagna dopo 44 anni? Il sogno rimase tale, ma riuscì ad Australia II, che sconfisse in finale “Liberty” per 4-3 il 26 settembre tra lo sbigottimento generale.
L’Italia si trovò comunque una nuova passione, che porterà poi al delirio collettivo del “Moro di Venezia” e ancor di più di “Luna rossa” .